Etiopia
27 dicembre 2019

Un reportage per raccontare la lotta al tracoma

Il tracoma è una malattia infettiva degli occhi che colpisce in tutto il mondo quasi 2 milioni di persone. Se non curato porta alla cecità totale: si muove subdolo raggiungendo ogni scuola ogni villaggio, ogni casa.
CBM è impegnata dal 2014 nella lotta al tracoma in Etiopia, il Paese più colpito da questa terribile malattia: solo nella regione di Amhara sono più di 300 mila le persone che per questa malattia rischiano di diventare cieche per sempre.

Oggi vogliamo raccontarti di questa piaga invisibile, in una maniera decisamente diversa: attraverso il reportage fotografico e il racconto realizzato durante una missione nell’ottobre del 2018 da due nostri operatori Alessandro Motta e Francesca Fornaciari.

Il reportage in 14 punti

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Questo reportage ha dato vita a una grande mostra “en plein air” in via Dante a Milano. Rimarrà allestita fino all’8 gennaio: se in questi giorni passi di lì non dimenticartelo!

Passi.

Cammina tenendo quella piccola manina stretta nella sua. Sulle spalle ha una tanica gialla. Pesa, ma la strada per tornarne a casa dal pozzo non è in salita.
Zeyneba, è una mamma coraggiosa: anche oggi è venuta fin qui, al pozzo. Ha preso dell’acqua pulita perché non vuole diventare cieca per sempre, vuole tenere il tracoma lontano da lei e dalla sua famiglia.
Il cielo blu dell’Etiopia, attorno a lei, incornicia il verde, il giallo, il marrone dei prati. Qualche tetto di fango e lamiera è incastonato tra i terrazzamenti e ci appare ancora molto lontano. La strada, oggi, è appena iniziata.

Strada.

Il tracoma è una malattia infettiva degli occhi che colpisce in tutto il mondo quasi due milioni di persone. È la prima causa di cecità di natura infettiva al mondo. In alcuni Paesi è stato debellato ma in altri, dove le condizioni igieniche sono precarie e l’accesso all’acqua pulita è limitato, è ancora presente ed è una vera e propria piaga: se non si interviene tempestivamente, tra dolori terribili, porta alla cecità totale e irreversibile.

Anni.

Camminiamo ore per andarla a trovare, il fiato ad ogni passo si fa sempre più corto, per l’altitudine. Mirama sa che stiamo arrivando e ci aspetta seduta sulla soglia di casa. Ha uno sguardo duro, austero, forse stanco: leggiamo netti i segni della malattia che la costringe al buio e al dolore, ha la trichiasi.
Quando sbatte le palpebre, il dolore deve essere inimmaginabile. È come cartavetrata che scorre, sfrega, ferisce. Continuamente. Scorre, sfrega e ferisce. Ancora e ancora. Ad ogni battito vorrebbe strapparsi gli occhi, o tenerli chiusi per sempre. Prova dolore fisico ma, dentro di lei, il dolore più forte è un altro. Sono i suoi figli, circondati da un nero sempre più profondo: non li vede più
“Quanti anni hai?” “Non lo so più. Nel buio, ho perso il conto”.
Per Mirama il tempo non esiste. Ma presto la opereremo.

Sala operatoria.

Nei luoghi dove l’acqua pulita manca e le condizioni igieniche sono precarie, la piaga del tracoma si diffonde in maniera subdola, basta un contatto con le mosche portatrici del batterio o con una persona infetta, per ammalarsi.
Se l’infezione non viene fermata in tempo, si ha la trichiasi. Le ciglia si rivoltano verso l’interno, provocando una sensazione simile a quella della cartavetrata. Se non si interviene la cornea si graffia e si opacizza portando alla cecità irreversibile.


A questo stadio, detto trichiasi, solo un’operazione chirurgica può salvare dalla cecità.

Oggi il tracoma è una delle 5 malattie tropicali neglette più diffuse al mondo: 157.7 milioni di persone sono a rischio di contagio.

Serpente.

Per i bambini e i ragazzi che vivono nei villaggi remoti andare a scuola è motivo di grande gioia: qui impareranno a leggere e a scrivere. Per loro la scuola è ponte concreto verso i loro sogni e il loro futuro, ma spesso è proprio a scuola che si creano le condizioni drammaticamente perfette per la diffusione di malattie altamente contagiose, come il tracoma.
Per questo motivo proprio nelle scuole, CBM organizza distribuzioni gratuite di antibiotici e screening: vengono individuati i bambini affetti dal tracoma e vengono promosse attività di sensibilizzazione per spiegare l’importanza dell’igiene personale in modo da prevenire e limitare il contagio.

Lattice.

Quando si infilano, i guanti bianchi di lattice fanno sempre un po’ di resistenza sulle mani.
I bambini, loro no, non la fanno. Sono tranquilli, forse un po’ in soggezione: accettano le mani degli operatori CBM sul volto, mentre tengono aperte le palpebre. Sono veloci e sicuri, i gesti che escono da quei guanti di lattice. Scrutano gli occhi arrossati, sollevano le palpebre e cercano, attenti. Negli occhi di Dawud, così belli, caldi e ramati trovano il tracoma. Speravano non fosse arrivato anche a lui, anche nella sua scuola.

Incanto.

Braccia sui banchi di legno, bocche semi aperte in “oh” grandissime e piccoli sorrisi di tenerezza e imbarazzo. Se dovessimo descrivere il sapore stupito delle prime volte sarebbe il nero intenso degli occhi dei bambini che incontriamo in questa scuola nel distretto di Woreilu: non ci hanno mai visti, non ci immaginavano così.
Come attratti da una forza magnetica ci guardano parlare in una lingua diversa dalla loro. In silenzio aspettano il loro turno: una staffetta silenziosa e inusuale prende corpo davanti a noi. Le manine afferrano da altre mani, più grandi ed esperte, una cosa preziosa, la pomata di antibiotico.
Li farà guarire dal tracoma, ora è il loro tesoro più grande.

Distribuzione.

Nella regione di Amhara il tracoma colpisce il 62,6% della popolazione.
Durante gli screening vengono controllati gli occhi di adulti e bambini. Alle persone che vivono in villaggi a rischio di contagio ma che non hanno ancora contratto la malattia viene consegnata una pastiglia di antibiotico, a scopo preventivo. L’attività di distribuzione di massa di antibiotici nei distretti Woreilu, Jamma e Legheida ci ha permesso di raggiungere oltre 120 mila persone ogni anno.
A chi ha il tracoma attivo, invece, viene consegnata una pomata antibiotica da applicare sugli occhi, per eliminare il tracoma ed evitare che si raggiunga lo stato più avanzato, la trichiasi.

Studenti

All’interno delle scuole CBM ha promosso la nascita degli “Anti-trachoma school club” gruppi di studenti volontari che spiegano ai compagni come prevenire il tracoma, lavandosi gli occhi e il viso e utilizzando acqua pulita. Sono un piccolo baluardo in prima linea, fondamentale nella lotta al tracoma anche tra i più piccoli.
I bambini e i ragazzi sono esposti a un maggior rischio di contagio, perché passano molto tempo insieme, si toccano e giocano senza lavarsi frequentemente le mani.
Attraverso la scuola, però, imparano le corrette pratiche igieniche, l’importanza dell’acqua e dell’uso delle latrine; tutte cose che poi riporteranno a casa, generando un circolo positivo e aiutando anche le loro famiglie.

Colore.

Forme, colori, numeri e lettere di un alfabeto antico, l’amarico. Disegni, quaderni, fogli. E poi ancora volti, mani, teste colorate. Gli studenti condividono il banco in tre, tengono lo sguardo fisso sulla lavagna.
Entriamo e usciamo dalla classe: ogni volta ci guardate negli occhi.
Siete ragazzi, solo ragazzi. Tra i vostri banchi di legno, appoggiati tra le sedie o nascosti dietro ai cartelloni, ci sono incastrati i vostri sogni. Ci mostrate il vostro mondo a colori.
Vorremmo giurarvi che quei colori, con cui decorate i muri, i vostri occhi li vedranno sempre, ma non possiamo. Il tracoma potrebbe non permetterlo.

Danza.

C’è una tanica bianca in mezzo al giardino della scuola. Due mani leggere girano il rubinetto fino ad aprirlo: un filo di acqua pulita scende fino al terreno. Due manine ci si tuffano. Lavano via lo sporco, una sull’altra si soffermano su ogni dettaglio, sulle nocche, sulle unghie, sul palmo. Sfregano le dita, intrecciate, e si abbracciano quasi come in una danza.
Il modo migliore per prevenire il tracoma e impedirne la diffusione è lavarsi quotidianamente in maniera corretta le mani e gli occhi con acqua pulita. Per questo nelle scuole, nei villaggi, nei luoghi di aggregazione CBM lavora sensibilizzando e installando rubinetti e taniche per la raccolta di acqua piovana.

Fango.

Eykel cammina leggera, mentre scende per i campi e va alla sorgente.
Oggi sulle spalle, avvolto in un velo verde c’è il suo bimbo più piccolo. Guarda curioso cosa fa la mamma, nel fango. Tra i sassi sporchi di una fonte non protetta Eykel prende l’acqua, per lei e tutta la sua famiglia. Non ha alternative a quell’acqua contaminata e sporca.
Sono le donne che solitamente vanno a prendere l’acqua, lo fanno anche quattro volte al giorno, perché trasportano poche taniche alla volta. L’acqua la usano per tutto: bere, lavarsi, cucinare. Ma prendere l’acqua da fonti non protette, da sorgenti sotterranee, o da pozze in cui si abbeverano anche gli animali, moltiplica le possibilità di contrarre il tracoma. Non tutti però lo sanno o hanno alternative, da qui l’importanza della costruzione di nuovi pozzi o cisterne per la raccolta di acqua piovana.

Pozzi.

La costruzione di pozzi è parte integrante della strategia S.A.F.E perché garantisce accesso ad acqua pulita e sicura. I pozzi vengono costruiti in punti strategici, a metà strada fra diversi villaggi, in modo che possano essere raggiunti da più persone possibili. Gli ingegneri, i geologi e gli operatori CBM, prima di iniziare i lavori studiano la conformazione del terreno, indagano la presenza di falde e si accertano di quanti villaggi beneficeranno di quella nuova fonte d’acqua protetta.
Le comunità locali vengono coinvolte nella costruzione del pozzo fin dal primo giorno. Sanno a che cosa serve e come è realizzato. È fondamentale che capiscano che il pozzo appartiene ad ognuno di loro: un domani dovranno prendersene cura da soli, aggiustarlo e gestire le persone che potranno andare a prendere l’acqua.

Domani.

Per pompare l’acqua del pozzo ci vogliono forza e pazienza.
Pazienza, quella che c’è da spendere nell’attesa, mentre si aspetta in coda il proprio turno. Quella che serve per riempire tutte le taniche, una dopo l’altra, litro dopo litro.
Prendere l’acqua è forza: sono movimenti ripetuti, continui su e giù. È il peso nelle braccia.
Ma avere un pozzo, avere acqua pulita è poter sperare in un domani diverso, lontano dalla cecità del tracoma.
Sono i bambini che imitano i genitori, fin da piccoli. E mentre pompano l’acqua quei bambini sono già grandi.

Adesso che hai scoperto il nostro impegno in Etiopia contro il tracoma, sappi che con il tuo prezioso aiuto potremmo fare ancora di più e salvare dalla cecità migliaia di persone. Per sostenere i nostri progetti di prevenzione e cura della cecità evitabile Dona ora