Per costruire una società inclusiva è fondamentale coinvolgere le nuove generazioni. Proprio come ha fatto un insegnante di una scuola di Napoli, che ha scelto il film di CBM “Un albero indiano” per parlare a suoi studenti di disabilità e inclusione.

Sono i bambini e i giovani che – se ben informati e resi consapevoli – possono diventare promotori di una cultura dell’accoglienza e dell’inclusione delle persone con disabilità.  

 

Con questa convinzione, in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, il prof. Salerno, docente dell’Istituto Comprensivo Oriani – Guarino di Napoli, ha deciso di organizzare una proiezione del film «Un albero indiano» dedicata a quattro classi III della scuola secondaria di I grado.

 

Ecco il racconto di quell’esperienza e della reazione dei ragazzi:

 

«Una volta attirata l’attenzione degli studenti, parte la proiezione.

La prima reazione è di incredulità osservando l’abilità e la sicurezza con la quale Felice Tagliaferri utilizza i suoi strumenti di scultore o quando semplicemente gioca con il piccolo figlio Alberto.

La domanda frequente è «Ma come fa?!» «È proprio cieco?», poi la curiosità lascia spazio alla visione e il silenzio si propaga.

 

 

Per i successivi 40 minuti rimaniamo spettatori attenti della vita di ragazzi che, con e senza disabilità, vivono la vita di studenti proprio come loro: una giornata scandita dai ritmi quotidiani delle lezioni, ma che ha un che di straordinario nella presenza di Felice, un artista arrivato dall’altra parte del mondo che riesce a comunicare con tutti utilizzando non il linguaggio, ma il corpo.

 

La storia di Lumlang è quella che li impressiona di più, non riuscendo a immaginare come ci si possa sentire a essere sordociechi e nonostante tutto sorridere e scherzare con tanta energia, perché loro al contrario si sentirebbero spaventati e minacciati continuamente.

 

Hanno poi cominciato uno scherzo sui nomi tratti dagli oggetti di uso comune, ribattezzando compagni e insegnanti.

Inoltre, si rendono conto di non aver mai considerato la questione dell’accessibilità dell’arte da parte di persone con disabilità come Felice e che effettivamente bisognerebbe concepire musei dove tutti possano avere la possibilità di godere delle opere custodite.

 

Alla fine, la maggioranza degli studenti chiede di organizzare un laboratorio per poter sperimentare cosa vuol dire non vedere e come vive una persona che non sente e non vede».

 

 

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