«La situazione del Sud Sudan è instabile, ma nonostante le difficoltà continuiamo il nostro lavoro per chi ha più bisogno.»

Il Sud Sudan è un Paese dilaniato dalla guerra civile. Nel luglio scorso il conflitto si è riacceso nella capitale Juba, dove ha sede la Clinica oculistica Buluk sostenuta da CBM. Il nostro cooperante Simone Cerqui ci ha raccontato come ha vissuto quei giorni di forte tensione e com’è nata la sua scelta di lavorare in un Paese martoriato dalla guerra.

 

«Il giorno in cui sono riesplosi i conflitti ero alla Buluk, dove lo staff medico era come sempre al lavoro. La sera, tornato al compound di CBM all’improvviso ho sentito alcuni spari; dopo qualche minuto sono esplose bombe e colpi di armi pesanti. Per un’ora, dalle 17 alle 18, il fuoco è stato incessante. Ho atteso che gli spari finissero e poi sono corso ad accertarmi che nessuno dello staff di CBM e del nostro partner locale fosse rimasto ferito. Per fortuna erano tutti salvi, ma la clinica aveva subito dei danni, oggi riparati. Siamo rimasti per giorni in attesa di poter riprendere il nostro lavoro, con la consapevolezza che ogni giorno di lavoro, ogni minuto, sono preziosi per restituire la vista a chi è cieco in questo Paese».

 

Facciamo un passo indietro: come è nato il desiderio di partire per il Sud Sudan?

«Il progetto della Buluk è unico in Sud Sudan, se si pensa che è destinato a cambiare la vita e il futuro di migliaia di persone che possono riacquistare la vista. I pazienti sono molto spesso persone che vivono in condizioni di estrema vulnerabilità, la povertà è molto diffusa, soprattutto tra le persone con disabilità. La mia più grande motivazione è sapere che per loro il nostro lavoro è fondamentale».

 

Come si svolge il tuo lavoro alla Buluk?

«Coordino le attività della clinica, mi confronto con lo staff di medici e infermieri, mi occupo dell’acquisto dei farmaci, ma anche di incontrare i partner del progetto. È un lavoro che pone continuamente nuove sfide: nello stesso giorno mi capita di incontrare il Ministro e poche ore dopo mi trovo a girare la città in cerca di carburante per il generatore della clinica».

 

Come la situazione del Paese influenza il lavoro di CBM?

«La popolazione è molto povera, c’è un intero Paese da ricostruire.

Il Sud Sudan attraversa una grave crisi economica e alimentare, la maggior parte delle persone è al limite della sopravvivenza: spesso i nostri pazienti contraggono infezioni o malattie visive a causa di condizioni igieniche molto precarie. Un altro problema è la sicurezza dei villaggi e delle strade, per cui molti pazienti non riescono ad arrivare a Juba a causa della criminalità e delle violenze. Per questo abbiamo attivato le cliniche mobili per raggiungere chi vive lontano dalla capitale».

 

Ci parli della nuova sala operatoria costruita grazie ai donatori di CBM?

«La sala operatoria è pronta, è in corso l’equipaggiamento di strumenti e macchinari per renderla operativa al cento per cento. Grazie ad essa possiamo aiutare sempre più bambini, donne e uomini in Sud Sudan e migliorare la qualità delle cure che offriamo. Il numero dei pazienti è destinato a crescere, anche a causa dei conflitti. I problemi visivi più diffusi sono il tracoma, l’oncocercosi, cataratte ed infezioni agli occhi: i nuovi equipaggiamenti ci permetteranno di lavorare ancora meglio e di curare sempre più persone che hanno urgente bisogno di assistenza».