Operatori con maglia rossa CBM si avvicinano all’ingresso della casa

I due elementi che rendono un ospedale un’eccellenza

Qualche settimana fa, nella sua intervista, il dottor Banskota ci aveva ricordato che sono due gli elementi che rendono un ospedale un’eccellenza: donatori come te, che credono nell’importanza di progetti di cura e riabilitazione e operatori che li rendono possibili, arrivando fino ai villaggi più remoti.

Abbiamo scelto di dedicare uno spazio speciale proprio a un’operatrice, per conoscere le sfide che affronta ogni giorno chi svolge questo tipo di lavoro e qual è la motivazione che li spinge a continuare.

Operatrice con maglia rossa CBM

A tu per tu con Tulsi

Come avrai capito non si tratta di un’operatrice qualunque, ma di Tulsi: è lei che ha trovato Naresh, che lo ha visitato per la prima volta e che si sta occupando di tutte le sue visite di controllo da quando è tornato dall’ospedale.

Tulsi ha 26 anni e, dopo la laurea e la specializzazione come assistente di laboratorio, ha iniziato a lavorare come operatrice di comunità. Il progetto, che sosteniamo anche grazie al tuo aiuto, si occupa dell’identificazione dei bambini con disabilità e della riabilitazione. Esattamente come sta avvenendo per Naresh».

  • Ci racconti una tua giornata di lavoro “tipo”?

«La nostra programmazione è mensile e lavoriamo di conseguenza. Dividiamo l’area in squadre di lavoro e facciamo visite porta a porta per identificare i bambini con disabilità fisiche. Se l’area è relativamente facile da raggiungere riesco a tornare a casa la sera, altrimenti mi fermo al villaggio per ricominciare il giorno successivo».

  • Qual è una delle difficoltà di questo lavoro?

«Sicuramente il trasporto: ci sono pochissimi mezzi e ci vuole veramente tanto per arrivare nelle aree più remote. E più sono lontane più è costoso. A causa degli spostamenti, difficilmente riesco a visitare più di due o tre bambini al giorno».

Operatori camminano su terreno isolato e accidentato
  • Nella tua esperienza, come reagiscono le persone alla disabilità?

«Ci sono reazioni differenti. Chi ha ricevuto un’istruzione o ha persone con disabilità in famiglia, si comporta con amore e rispetto. Chi non conosce utilizza spesso parole offensive o aggressive. Gradualmente noto dei miglioramenti, ma c’è ancora tanto lavoro da fare».

È proprio questo il senso della sensibilizzazione, nei Paesi del Sud del mondo, ma anche in Italia. Creare una società più inclusiva, a partire dalle parole e dai comportamenti.

  • Il tuo lavoro è molto impegnativo, cosa ti motiva ogni giorno?

«Quando i bambini che io stessa ho identificato tornano a casa dopo il trattamento, le famiglie mi rivolgono parole di grande gratitudine.

Dicono che la vita dei loro figli è migliorata grazie al nostro arrivo. Questo mi rende felice e mi dà molta forza.

  • Come hai incontrato Naresh e come sta andando la riabilitazione?

«Naresh proviene da uno dei villaggi nella mia area di competenza. Sono stata molte volte al villaggio perché ci sono stati altri bambini che ho mandato in ospedale per essere operati. Ero appunto al villaggio per una visita di controllo a uno di loro e un abitante della zona mi ha parlato di Naresh.

Ci è voluto un po’ perché si abituasse alla protesi, durante i vari controlli continuavo a ripetere di continuare la fisioterapia e utilizzare la protesi il più possibile. Gradualmente è riuscito a infilarsela da solo e migliora giorno per giorno. Nella mia ultima visita si è lamentato di provare dolore così l’ho indirizzato al centro di Butwal e hanno già risolto il problema».

Operatrice con maglia rossa controlla protesi di Naresh, seduto sulla panca

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