Un podcast con tanti ospiti per cambiare il punto di vista sulla disabilità. Condotto da Jacopo Cirillo e Marina Cuollo.
Nella puntata 10 ospite Marina Pierri, scrittrice, esperta di serie Tv e co-fondatrice di FeST (Festival delle serie tv).
Con un linguaggio semplice, ma non superficiale, Criptonite scardina stereotipi sulla disabilità e offre ad ascoltatori e ascoltatrici chiavi di lettura per ripensare il modo in cui le persone con disabilità vengono rappresentate a scuola, al lavoro, sui media e nella vita di tutti i giorni. In ogni puntata i due conduttori, Jacopo Cirillo e Marina Cuollo dialogano con un ospite che porta il suo peculiare punto di vista su un tema specifico.
Ma perchè Criptonite?
La criptonite è il minerale che indeboliva Superman. Nel podcast diventa un simbolo e viene usata per depotenziare i pregiudizi, gli stereotipi e i poteri di chi opprime o sovrasta le altre persone. C’è poi un secondo motivo ed è la volontà di ri-appropriarsi del termine inglese “crip” (ovvero, storpio) che la comunità delle persone ha adottato per decostruirlo.
Puntata 10 – Chi non compare nello schermo scompare dall’immaginario collettivo.
L’ospite della terza puntata del capitolo dedicato ai media di Criptonite è Marina Pierri, scrittrice, esperta di serie Tv e co-fondatrice di FeST (Festival delle serie tv). Al centro dell’episodio: la serialità televisiva e il suo ruolo nella costruzione dell’immaginario collettivo, con una particolare attenzione alla narrazione della disabilità.
Perché le serie tv non sono solo intrattenimento: la rappresentazione è una questione politica e culturale. Le storie ci insegnano a leggere il mondo e se a scriverle sono sempre le stesse soggettività chi non compare dallo schermo rischia di sparire dall’immaginario.
Nella serialità contemporanea, i personaggi con disabilità sono ancora spesso intrappolati in stereotipi: la persona autistica ridotta al cliché del genio o la persona in carrozzina ridotta a figura “ispirazionale” che accompagna la crescita del protagonista. Questo non è casuale. Dipende da chi scrive, da quali esperienze entrano nelle writers’ room e quali no. Se le persone con disabilità non hanno accesso ai luoghi in cui si costruiscono le storie, è più probabile che vengano raccontate attraverso uno sguardo esterno, che spesso ricade negli stereotipi già noti.
E qui il discorso diventa inevitabilmente strutturale. In un’industria che dipende da grandi piattaforme, dove un singolo episodio può costare decine di milioni di dollari, ogni scelta è filtrata da logiche di mercato. Ampliare davvero la rappresentazione (formare nuove professionalità, rendere accessibili i set, scommettere su volti e autori meno noti) viene spesso percepito come un rischio economico. Così la rappresentazione finisce per essere trattata solo come un costo aggiuntivo.
Una conversazione serrata, tra analisi culturale e industria dell’audiovisivo, per capire perché la serialità TV non è solo una questione di gusti, ma di potere.
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